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Due Marcolongo ai Piombi con Casanova (Antonio Graziani)
Pubblicato da Webmaster il 13/7/2005 (3642 letture)
La cella di Giacomo Casanova: Palazzo Ducale, Venezia Italia

EPISODIO SETTECENTESCO

di Antonio Graziani


Giacomo Casanova, nelle sue memorie, ricorda che, contemporaneamente a lui, imprigionato sotto i Piombi a Venezia nel luglio 1755, per ordine degli Inquisitori di Stato: "dans le chalot de l'autre coté de la salle, il y avait deux gentilhommes des Sept-Communes, qui etatient egalement detenus par désobéissance". La notizia, come del resto quasi sempre quelle del Casanova, è sostanzialmente esatta. Già Mario Brunetti, in un suo studio, nel 1914, sui compagni di prigionia del Casanova, aveva potuto riconoscere in essi i due fratelli Domenico e Bernardo Marcolongo di Foza, a carico dei quali esiste tra le carte degli Inquisitori di Stato un voluminoso processo. Scorrendo quei vecchi documenti si possono rilevare alcuni particolari non senza un qualche interesse.

Si può dire che da secoli si avvicendano processi, sopralluoghi e sentenze tra i due comuni confinanti di Foza e Enego per il possesso di alcune località della montagna Marcesina. Ultimo quello iniziato nel 1749 da Foza per disputare al comune rivale le località dette Monte Cavallo, Monte Gallina e Corbo: la sentenza, emanata nel 1752, dava torto al comune di Foza assegnando quelle località invece ad Enego. Gli abitanti del primo comune male si acconciarono alla sentenza, che ritenevano ingiusta e il 7 luglio 1754, insorsero ed invasero armata mano le località disputate, distrussero le casere ed i casoni, allontanarono a forza i pastori ed i carbonari che avevano preso in affitto pascoli e boschi. La prima notizia di questa sommossa giunse quasi contemporaneamente a Vicenza, ove certo Giacomo Ceschi Degan di Foza presentò regolare denuncia al Cancelliere del Podestà, ancora il 10 luglio, e a Venezia, dove si presentarono al Tribunale degli Inquisitori di Stato Giovanni Polazzo quondam Gio. Battista e Pellegrino Capellari, ambedue di Enego, nominati legalmente da questo comune come procuratori, coll'incarico di presentare ed illustrare al Tribunale eccellentissimo un memoriale, nel quale si esponevano i precedenti della questione, l'assalto del 7 luglio, e si chiedeva giustizia. Nel memoriale stesso si faceva il nome del parroco di Foza, Don Domenico Bonomo, nativo di Asiago, quale sobillatore degli animi.

Gli Inquisitori davano immediatamente ordine al Cancelliere del Podestà di Vicenza di istruire per loro conto il processo informativo e lo autorizzavano a portarsi in prossimità dei luoghi per comodità dell'inchiesta, e gli raccomandavano soprattutto esatte informazioni sul comportamento del parroco.

Il Cancelliere, il 4 agosto, informava di essersi trasferito ad Angarano e di "aver preso alloggio nel Palazzo della Casa Angaran nei mezzadi terreni verso la Brenta" e che lì avrebbe iniziato gli interrogatori. Il giorno successivo, infatti, faceva comparire innanzi a se i due procuratori di Enego già menzionati, che confermavano l'esposto e reiteravano le accuse sul parroco, narrando che questi era stato il promotore della causa del 1749, per la quale si era adoperato in tutte le maniere, sottoponendosi perfino ad un viaggio a Mantova per ricercare in quel Monastero di San Benedetto antichi documenti, a prova del suo asserto stante che i beni in contrasto in tempi antichissimi avevano appartenuto a quel convento, che li aveva venduti ai comuni rivali.

Lo accusavano anche di aver perfino trascurato i Vespri nei pomeriggi festivi per partecipare ai consigli degli anziani di Foza e confermarli nella resistenza, non solo, ma di aver detto al Dottor Don Giacomo Carli di Asiago, nipote del parroco di Enego, che suo zio e gli altri confessori di Enego non potevano assolvere i loro fedeli perché questi detenevano ed usavano beni non loro. Asserivano che anche dopo la sentenza non si era dato pace, dicendo che questa era ingiusta, ottenuta con l'oro, perché spettavano a Foza assolutamente in via di equità i beni in contrasto; e portavano come testimoni di queste asserzioni Don Giacomo Carli, Don Michele Bianchi di Asiago, cappellano a Foza, Ferdinando Omizzolo di Foza, Capo dei Cento, e Antonio Lunardi di Giacomo, detto l'Armarolo, pure di Foza.

Il cancelliere sentì questi testimoni e numerosi altri, come Sebastian Conte di Valstagna, Antonio Cavalli "quondam" Girolamo detto Mustacchi, pure di Valstagna affittuario di pascoli del comune di Enego in Marcesina, Giovanni Battista Peruzzo "quondam" Bartolomeo e Crestan (Cristiano) Conte di Antonio, Nicolò da Molin tutti di Enego che erano tra i danneggiati dalla scorreria, altri di Valstagna, di Feltre, che trovatisi per caso a Foza in quel giorno, e attraverso abili e stringenti interrogatori, riusciva ad appurare la verità, e a poter individuare i maggiori colpevoli, cosa non facile avendo da vincere, come sempre, la comune riluttanza dei testimoni a far nomi propri e accuse precise contro singoli individui.

Poteva così mandare a conclusione degli interrogatori un circostanziato memoriale agli Inquisitori perché questi potessero prendere le opportune misure. Risultava in definitiva che domenica mattina 7 luglio vi era stato gran concorso a Foza, perché in quel giorno era stata convocata colà l'intera Vicinia di Foza per l'elezione del nuovo governo del Comune; che appena adunatisi i capi famiglia, nella sala del palazzo insorse Stefano Ghelder "quondam Pasqual" a dire che invece di perdere tempo a nominare un nuovo governo era meglio farsi giustizia con la forza e prendere a quelli di Enego i beni loro assegnati ingiustamente. Il proposito era stato immediatamente ripreso e sostenuto dai fratelli Domenico e Bernardo Marcolongo di Pietro, che erano riusciti, infatti, a trascinare gli altri capi famiglia in Piazza: qui gridando, facendo a forza suonare campana a martello, raccolsero in breve attorno a loro 150 persone con "armi da fuoco corte e lunghe" ed attrezzi rurali: ed infine li avevano capitanati nella spedizione punitiva contro le casere ed i casoni delle località contestate. Il parroco che si trovava in Chiesa per insegnare la Dottrina ai fanciulli, era corso fuori al rumore ed aveva cercato di trattenere gli infuriati e di calmare gli animi, ma ormai questi erano troppo eccitati e non l'ascoltarono affatto.

Il cancelliere concludeva quindi mettendo in luce la grave responsabilità dei due Marcolongo e prospettando la non colpevolezza del parroco nell'episodio violento. Questi era bensì responsabile, con la sua condotta durante il processo e con i suoi discorsi imprudenti, della formazione di quel malcontento e di quella insofferenza alla sentenza che erano sfociate nella violenza, ma cero non poteva essergli fatto carico dell'insurrezione, avvenuta a sua insaputa e alla quale, non appena la conobbe, cercò di porre ostacolo.

Gli Inquisitori facevano loro queste conclusioni e davano l'ordine di trasportare a Venezia sotto i Piombi i due Marcolongo, già detenuti a Vicenza, e che dovevano scontare dieci anni di prigione quale monito agli altri cittadini di Foza.

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