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Articoli > Testimonianze > Matilde Marcolongo (italiano)
Matilde Marcolongo (italiano)
Pubblicato da Webmaster il 13/7/2005 (3261 letture)
Noi donne non avevamo nessuna autorità per imporre di sederci a tavola: si mangiava col piatto in mano (lungo i muri) e gli uomini tutti seduti.

Avevamo una scala appena fuori della porta (della cucina) e i bambini, finché non diventavano ragazzotti, mangiavano (seduti) sulla scala e lì gliene portavamo anche quando erano molto piccoli.

Alle volte aspettavano e non vedevano l'ora che finissimo di fare la polenta e che la vuotassimo, per mangiare le croste (rimaste attaccate al paiolo). La facevamo che profumava e ne mangiavano che si ammazzavano (con incredibile voracità). C'erano anche venti bambini in una casa.

Latte non se ne mangiava una volta; vino si, molto, ma il latte guai! Dovevano farci il formaggio, c'erano i bambini che necessitavano di questa scodella di latte.

I maschi adulti insomma mangiavano polenta, companatico e vino.

Quando andavano a falciare al mattino presto, facevamo la polenta: un tagliere così! Lo caricavamo sulla carriola e per le sette era già sui campi. Sopra la carriola mettevamo un panno bianco, poi posavamo il tagliere e lo coprivamo. Facevamo anche un chilometro per portare da mangiare agli uomini e, quando ci vedevano da lontano, ci venivano incontro. D'estate era dalle quattro che loro falciavano perché poi arrivava il gran caldo, e continuavano fino alle undici perché poi dovevano battere le falci che non tagliavano più e le preparavano per il giorno successivo. Noi donne avevamo sempre da trafficare. Anni dopo hanno cominciato ad ammogliarsi i ragazzi, ma prima c'era mia sorella Maria come capo e noi l'aiutavamo. Dirigeva sempre lei e mia zia (pora=povera=defunta), loro due, anche nei campi.

Avevamo anche quattro scrofe, anche con quaranta maialini alle volte.

C'era da tribolare tra preparargli il pastone, portargliene, spingerli all'aperto e nelle porcilaie e stare alzati di notte a vegliare le scrofe che dovevano partorire. Anche per otto giorni quando ce n'era qualcuna che non comprendeva nulla (che non si decideva).

Ma, quando arrivava il momento di venderli, non valevano più nulla (il loro prezzo era sempre basso). E' dura l'arte del contadino! Qui eravamo in trenta persone e dormivamo tutti ammassati.

Al tempo della grande guerra (1915-18), quando c'erano tanti soldati in montagna (altopiano di Asiago), qui avevamo spazio nelle barchesse, nel fienile vecchio c'erano quattro letti. Lì, a Foza, c'era mia zia Marietta, mio zio Giovanni e sei figli. Quando sono scappati da lì (1916), non c'era tempo per andare a Padova, nello stazzo per la transumanza invernale di mio nonno, e allora stavano in questa casa ed è nato anche un bambino nel fienile.

Quando arrivavano gli ultimi di aprile, i primi di maggio, tanti anni anche da Sant'Antonio (13 giugno) perché il tempo volgeva al brutto, come ora, allora si saliva in montagna con le vacche, le pecore e i maiali: anche maiali portavamo su a Foza. Noi scendevamo giù subito e lì restava mio zio Cristiano, Marco, Battista ed Emilia. Si rimaneva lì solo d'estate, d’inverno non c’era nessuno e chiudevano la porta. Lì possedevamo un appezzamento e ci portavamo le bestie a piedi, anche i maiali: anche una scrofa e cinque-sei maialini che erano abituati a stare con le vacche. Le altre scrofe restavano a casa. Lì (a Foza) li lasciavamo liberi e mangiavano erba come le pecore. Partivamo da San Giorgio in Bosco (per arrivare) fino a Bassano. Là c’era uno stallo apposito per coloro che salivano con le bestie (praticavano la transumanza). Da lì, per arrivare fino alla nostra proprietà, durava quasi fino a sera: due giorni. Da Valstagna salivamo su: c’era una mulattiera stretta di sassi, ogni tanto uno scalino di sassi. Due giornate! C’era un centinaio di pecore, le vacche erano anche trenta. In seguito avevamo anche due cavalli, ma salivano con noi quando andavamo sulle montagne più alte.

Abbiamo sempre avuto due cani: una femmina e un maschio. Al tempo della grande guerra, quando sparavano, la cagna è partita dalle montagne, in alto, ed è tornata a casa qui (a San Giorgio). Guarda un po’ quanta paura aveva! Ha saputo, o no, venire a casa vero? Nemmeno due giorni è rimasta in giro! In Marcesina salivano in alto, in malga, con le vacche, lì le tenevano libere ed andavano dovunque. Facevano anche latte ed allora confezionavano queste piccole forme di formaggio. Rimanevano a casa le vacche che avevano partorito poco tempo prima della partenza. Una volta ce n’erano quattro che avevano partorito proprio in ultima. Qui, a casa, avevano quattro buoi e quattro vacche per arare, con tutti i vitelli.

In settembre, quando (lassù) comincia il freddo e la pioggia, le spingevano al piano, ma loro erano così abituate che non occorreva nemmeno che le incitassimo perché sapevano che dovevano tornare qui, a casa. Ma lì non è più tutto tenuto bene come una volta, con tutti i campi in ordine.

Pure mio nonno aveva allevato sei ragazzi e due ragazze. Quando sono diventati adulti, hanno cominciato anche loro a darsi da fare: chi è emigrato in Prussia, chi in Germania, chi in America. Tutti sono andati in giro per il mondo. Poi, piano piano, il mediatore Pozzan ha visto mio nonno che da Padova risaliva in montagna con le pecore, e gli ha esibito questo posto, a San Giorgio in Bosco, dato che un signore di Sant’Anna Morosina vendeva questa poca terra: erano solo quindici campi (quasi sei ettari) e ci hanno messo quindici anni per pagarli. Ma poi (il nonno) ha acquistato terreni a Vigodarzere, a Sant’Anna Morosina e a Villa del Conte. Mio nonno ha detto: - Ragazzi datevi da fare! Voi fate il vostro mestiere che io faccio il mio!– Lui ha fatto sempre il pastore. Portava i capelli lunghi fino alle spalle, pettinati con la scriminatura, e mia nonna aveva il suo daffare ogni mattina a pettinarlo e a metterlo in ordine, poi lui usciva con le pecore. Portava anche un anello all’orecchio. Mia nonna gli diceva sempre: - Ma portate sempre quei capelli! Ma tagliateveli come gli altri! E lui le rispondeva: - Tu pettinami e lasciameli sti capelli! – Ed è morto con i suoi capelli lunghi.

Mio padre non ha mai fatto il pastore. Lui faceva il formaggio ed arava. Ogni lunedì andava al mercato a Cittadella con la cavalla ed il calesse. Avevamo una bella cavalla, grande, che abbiamo tenuto per un mucchio di anni e poi ce l’hanno portata via i Tedeschi (nel 1945).

I bachi da seta richiedevano tanto lavoro ma tutti cercavano di allevarseli perché si guadagnava un bel soldo e poi pagavamo il padrone. Per anni ne abbiamo tenuto anche tre once. Abbiamo dovuto cedergli la cucina, una camera da letto, il granaio ed anche il fienile. Noi pranzavamo e cenavamo sotto il portico. Ma quanto non abbiamo tribolato! Quando continuava il brutto tempo, dovevamo fare fuoco perché non morissero. E butta su legna e butta su tutoli sotto la caldaia per riscaldarli! Questi ultimi non producevano tanto calore, ma quelli c’erano! Bisognava andare a tagliare i rametti di gelso anche sotto la pioggia ed asciugarli battendoli sui muri (le foglie di gelso, bagnate, fanno morire i bachi). I maialini diventavano floridi quando mangiavano le crisalidi seccate dei bachi da seta.

Per tutto l’inverno (gli uomini) continuavano a potare perché avevano trenta filari di viti. Ma prima bisognava tagliare e ridurre a mazzi, secondo la misura, tutte le ritorte (o vimini) che occorrevano.




Testimonianza raccolta dalla viva voce di Matilde Marcolongo nel ’94.

Trascrizione in dialetto ed in italiano di Luigi Antonio Zorzi.

Matilde Marcolongo (1904-1996) discendeva da una famiglia di pastori di Foza, nell’altopiano di Asiago, che d’inverno scendevano a svernare nei dintorni di Padova e che, ai primi del 900, si trapiantarono in pianura, in quel di San Giorgio in Bosco.
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