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Articoli > Raduni > 2° raduno in Italia - 27 Agosto 2000 > Relazione di Luigi Menegatti
Relazione di Luigi Menegatti
Pubblicato da Webmaster il 10/8/2005 (3132 letture)
27 agosto Anno Domini 2000
Foza: II incontro della "Famiglia Marcolongo"
Nel paese dove ebbe inizio la loro storia

Di Luigi Menegatti

Un segno distintivo che – riassumendo le caratteristiche dei Marcolongo – si è mantenuto costante nel dipanare dei secoli può essere identificato nel "forte temperamento" della famiglia.

Scorrendo gli atti notarili tramandati dai notai del paese, nel corso dei secoli, si ritrovano spesso esponenti Marcolongo, presenti nelle vicinie, nelle dispute, nelle controversie sfociate anche nel sangue e comunque in tutti i momenti forti vissuti dalla comunità.

Le migliori caratteristiche dei suoi avi sono presenti nell’amico Leopoldo, da anni instancabile animatore che con la sua presenza ha reso possibile il successo di questo memorabile

"II MARCOLONGO DAY"

E non è affatto casuale che dai "Marcolongo Mascheroni" trapiantati a San Giorgio in Bosco, segno lampante dell’immane diaspora che ha coinvolto l’intero paese, partisse l’idea forte di vedere riunite le famiglie che portano lo stesso cognome in ogni parte del mondo, nel piccolo paese che ha dato i natali a molte vostre generazioni.

Perciò grazie Leopoldo per l’amore verso i valori antichi che ti hanno forgiato forte e determinato e grazie a tutti voi oggi qui per testimoniare insieme la forza positiva delle proprie radici, nel paese che ha dato origine alla vostra lunga storia.

Mi piace anche ricordare che proprio un anno fa su iniziativa del Dottor Alberto Alberti, discendente da una famiglia di Foza, si è svolta in Brasile la prima riunione degli Alberti nel mondo.

Qualcuno arrivato qui oggi per la prima volta, si guarderà attorno con un po’ di stupore e curiosità. Che storia potrà mai vantare un piccolo paese di montagna che non mostra palazzi antichi e musei, né ha dato i natali a personaggi illustri?

Proprio per dare alcune risposte ho preparato – in un rapido e veloce raccontare come un tempo si faceva nei filò – le tappe più significative della vita di questo paese per ricordare che non sono affatto quelle di una comunità anonima, ma anzi di un villaggio, spesso suo malgrado, al centro di avvenimenti connessi alla grande storia europea.

I notai raccontano che più di mezzo millennio fa Ser Marcolongo, figlio di Gianese, fu eletto dai Capifamiglia a rappresentare l’intera comunità nella lite confinaria con il Comune di Enego. Quella stessa lite poi si protrarrà nel corso dei secoli causando delle sommosse con oltre 150 Capifamiglia coinvolti in seguito alle quali finirono nei piombi di Venezia i due fratelli Domenico e Bernardo Marcolongo – si era nel 1775 - nientemeno che in compagnia del famoso Casanova.


Quasi 1000 anni or sono, e più precisamente nel 1085, la Contessa Ermiza della famiglia dei Camposampiero donò ai padri benedettini di Sant’Eufemia, allora Abbazia Pisani, il monte "Qui Vocatur Fugia".

I frati si adoperarono per edificarvi una cappella dedicata a San Benedetto, per poter assistere le famiglie di pastori e boscaioli scese dal Nord Europa e fermatesi sopra questi monti.

Non molti anni dopo, il 20 settembre 1202, la famiglia potentissima degli Ezzelino da Romano con atto notarile rogato vicino alla Chiesa di San Giorgio ad Angarano, cedette a Dom Vitaclino, priore del Monastero di Campese, ogni diritto feudale su tutto il territorio circostante a quella che è già definita "Villa di Foza", ad indicare l’esistenza di una comunità erettasi sotto forma di Comune.

Tutto il paese si gioverà della stabile protezione e della guida dei monaci benedettini, che assisteranno i montanari per parecchi secoli, sia sotto l’aspetto religioso che civile.

Con l’assenso del Vescovo di Padova – sotto la cui diocesi ricadeva la parrocchia fin dai tempi dell’imperatore Berengario – i padri benedettini si dedicarono, tra l’altro, a ricercare per la nostra comunità la guida stabile di un prete di lingua e costumi tedeschi.

Il primo parroco di cui si ha memoria – si era nell’anno 1448 – si chiamava per l’appunto Cristiano Teutonico.

Più avanti negli anni anche alcuni abitanti dei 7 Comuni scelsero la vita religiosa così fu più facile reperire in loco preti di madrelingua cimbra. Fu così che venne a Foza il Prete Maino di Conco, e nella sua duplice veste anche di notaio ci tramandò, tra l’altro, l’atto riguardante Gabriele fu Stefano Marcolongo, partito inspiegabilmente nel 1578 per essere arruolato nella triremi della Flotta Veneziana.

I Marcolongo erano sempre presenti anche nelle vicinie riunite per eleggere il parroco. Nel mese di marzo 1546 Ser Paolo fu Nicola Marcolongo partecipa alla elezione del nuovo parroco Giacomo Gualtiero che svolgerà anche le funzioni di notaio e il 13 novembre 1658 Crestan, Bernardino e Domenico Marcolongo, con gli altri Capifamiglia eleggono parroco Don Domenico Pedrazzo della provincia trentina. Il 14 maggio 1661 all’elezione di Don Ferdinando Menegatti a parroco partecipa Gabriele Marcolongo assieme agli altri Capifamiglia e all’eremita Fra Giobatta Stona, che viveva nell’eremo di San Francesco.

Così avvenne per la durata di mezzo millennio dal 1448 fino al 1948, quando i Capifamiglia aderirono alla richiesta del Vescovo di rinunciare a questo privilegio ottenuto direttamente dal Monastero di Campese.

Giova anche ricordare che, nel 1602, la Diocesi di Padova sentì l’esigenza di distribuire nell’altopiano un catechismo scritto nella lingua cimbra parlata nei 7 Comuni.

E nel 1707, re Federico IV di Danimarca fu salutato ad Asiago con l’espressione da lui ben intesa "Es lebe unser König" evviva il nostro re.

Ritornando al nostro monastero, il priore di Campese, padre Martino d’Ungheria, concesse nel 1448 l’intero territorio di Foza in beneficio perpetuo ai Capifamiglia, determinando così quell’Istituto particolare ancor oggi vigente della proprietà indivisa di tutto il patrimonio comunale a favore degli antichi abitatori del paese.

Negli ultimi tempi vi è stato un ritorno di interesse per il ripristino dei diritti degli antichi abitatori e si è formato un comitato coordinato da Giorgio Menegatti.

Non vi è dubbio che i Marcolongo fossero tra gli antichi abitatori. Già prima del 1500 Ser Marcolongo ottenne il delicato incarico di rappresentare la comunità nella lite con Enego. Altre famiglie anche se antiche dovettero invece risiedere per altri 70 anni e in modo continuo a Foza e poi, dopo aver versato 6 ducati d’oro e aver giurato di rispettare le leggi del Paese, furono ammesse a godere dei benefici degli antichi abitatori.

I figli di Henrich Quondam Frederici di Allemania pur essendo presenti a Foza già nel 1491 dovettero assoggettarsi alla trafila imposta ai foresti e quelli cioè arrivati dopo. Da questi capostipiti, discesero poi le famiglie Oro e Chiomento che dettero i nomi ad alcune contrade.

In quello stesso periodo la famiglia Gheller, allora detta Geller, conferì alla comunità 10 pecore e dopo il giuramento le fu concessa la cittadinanza e i diritti dei primi abitatori del paese; per la cronaca, il loro capostipite proveniva da Gallio.

In una convicinia del 5 giugno 1542 alla quale parteciparono i fratelli Paolo e Gregorio fu Nicola Marcolongo si elessero due rappresentanti con incarico di tenere sotto sorveglianza sia i forestieri che i beni comunali. Il 12 giugno 1791, giorno di domenica, la vicinia concesse a Pietro del fu Santo Temelin di Codroipo, con 64 voti a favore e 11 contrari di diventare "Patriotto" a patto di versare alla comunità Troni 100 e di essere "costante e fedele alla patria".

La prima nostra chiesa, come ricordato anche dall’eminente storico di Rotzo, abate Modesto Dal Pozzo, era intitolata a San Benedetto, fondatore della vita monastica.

Narrano altresì alcuni storici che fin dai tempi immemorabili a Foza il 15 agosto si radunava una folla enorme proveniente dai paesi dell’Altopiano e dalla valle del Brenta, per rendere omaggio alla statua della vergine, ancora oggi gelosamente custodita e tenuta in grande venerazione per i prodigi compiuti.

La tradizione voleva che la stessa fosse stata benedetta nientemeno che da San Prosdocimo Primo Vescovo di Padova.

Anche nel periodo delle pestilenze il popolo ricorreva ai santi, come a San Rocco venerato nella chiesa dell’antica contrada Kan Welle, l’attuale Gavelle, ma soprattutto alla propria patrona. Per chiedere protezione e assistenza durante l’imperversare della peste nel 1836, il parroco Faganello, nativo di Foza e i Capifamiglia proferirono voto di portare la statua dell’Assunta in solenne processione ogni 5 anni fino al colle dove c’era la chiesetta dedicata a San Francesco e l’eremo dove viveva un eremita. Ancora oggi dopo il giuramento dei nostri padri esso rimane un nostro impegno. Proprio il Prof. Valentino Marcolongo è l’artista che ha ideato i bozzetti per l’annullo postale che è stato concesso per tali occasioni. Tali bozzetti richiamano i temi più cari alla comunità. Il Prof. Marcolongo sta già lavorando per il bozzetto del 2001, quando ancora una volta si rinnoverà la processione quinquennale.

Era stato proprio Gabriele fu Giacomo Marcolongo a donare nel 1640 all’intera comunità il colle che si affaccia sulla Valbrenta per poter edificarvi chiesetta ed eremo. In un atto notarile del 24 ottobre 1641, fatto nelle pertinenze dello Spitz si dice presso il "Romitorio nuovamente eretto" presente il parroco di Gallio Nicolò Feder la comunità fa istanza al Conte Marcantonio Martenengo, canonico della Cattedrale di Padova, perché autorizzi Monsignor Iseppo Viero, arciprete di Asiago, a benedire la chiesetta e il romitorio.

Fra Bastian Galasin era già definito eremita di Foza.

Colà Fra Gasparo Marcolongo – a partire dal 18 settembre 1683 e per quasi quarant’anni – vi soggiornò a testimoniare la vita del poverello d’Assisi, passando di casa in casa per portare una buona parola, ottenendo il poco necessario per vivere. Un altro che più tardi avrebbe abbracciato la vita religiosa nel clero diocesano di Padova era stato Francesco Marcolongo diacono durante la visita del vescovo Rezzonico alla chiesa di Foza avvenuta l’11 luglio 1741. Lo stesso Don Francesco, cappellano a Foza, fu duramente richiamato a cambiare vita per essere lo stesso frequentemente alterato dal vino. Perciò i governatori il 28 gennaio 1765 minacciarono di cacciarlo dal paese anche per evitare l’acuirsi dei contrasti con un suo fratello che potevano portare ad "atti criminali".

La Comunità civile erede di tanta storia è ben identificata dal vecchio stemma, purtroppo negli ultimi tempi malamente modificato.

Esso era circondato dalle "Sette teste", a ricordare l’appartenenza alla "Reggenza dei 7 Comuni". Nel centro un pastore con due pecore e in mezzo un maestoso faggio.

L’identificazione delle attività economiche prevalenti è precisa.

In primis la pastorizia, esercitata da tante famiglie; d’estate le pecore di razza Foza pascolavano sopra i monti del paese, in autunno iniziava la transumanza e i pastori si portavano in pianura presso le "poste" come stabilito dalle leggi della Repubblica Veneta.

Il faggio viceversa rappresentava l’altra attività prevalente, quella dello sfruttamento delle foreste con legnami e carbone, che prendevano la strada di Venezia attraverso il fiume Brenta.

Ma il grande faggio richiamava simbologicamente anche la rituale convicinia, ove avveniva la riunione dei Capifamiglia per discutere in modo diretto le questioni della Comunità. Giovedì 15 maggio 1572 si riunirono i Capifamiglia per suddividere il territorio comunale in 4 colonelli, alla presenza di Cristiano fu Paolo Marcolongo.Il Decano del paese Domenico Marcolongo l’8 luglio 1761 aveva convocato "more solito" una convicinia per eleggere i nuovi governatori proposti dai Colonelli del paese. Gavelle, il più antico, diede consenso ai suoi rappresentanti che furono: Zorzi Parenzan voti 64; Mattio Carpanedo voti 52; Antonio Marcolongo voti 60; Marco Chiomento voti 40; Oro Domenico voti 43.

La comunità religiosa è rappresentata anch’essa nei suoi simboli antichi, nella Pala appesa dietro l’altare della nostra Chiesa, attribuita a Iacopo Da Ponte il Vecchio eseguita dal nostro compatriota dei 7 Comuni attorno al 1500.

Nella pala - in un paesaggio popolato da pastori e pecore a richiamare il nostro paese – appare in tutta la Sua gloria la Vergine Assunta nel trono e, alla Sua destra San Giovanni Evangelista che regge, secondo le tradizioni germaniche un calice da dove esce un serpentello.

Al lato sinistro San Benedetto, fondatore della vita monastica, copatrono della parrocchia e segno di gratitudine verso i monaci benedettini che tanto hanno dato al nostro paese.

L’antico stemma del comune, come detto, ricordava simbologicamente anche la Reggenza dei 7 Comuni formatasi in modo spontaneo attorno al 1300.

Autorevoli scrittori hanno affermato che la Reggenza era una specie di Repubblica di pastori, boscaioli e carbonai avente un rapporto preferenziale con la Serenissima. Ebbe anche un’organizzazione militare con un presidio a Foza.

Il 19 giugno 1671 Battista Marcolongo appena eletto Capo di Cento era stato incaricato dal comune di comperare gli schioppi e i moschetti che mancavano ai soldati del quartiere. Mentre Giovanni Paolo del fu Giovan Battista Marcolongo contrastò fino all’ultimo, ricevendo 106 voti, su 209 Capifamiglia votanti, l’elezione avvenuta a capo di Cento (centurie) che fu assegnata a Ferdinando Omizzolo il 18 giugno 1724 con 125 preferenze.

La Serenissima era accorta nel decentrare e consentiva ai diversi popoli di usare le proprie leggi, usanze e lingue.

La Reggenza – Federazione dei Sette Comuni e delle contrade annesse – si era data una stabile organizzazione non volendo dipendere né da nobili né da prelati, ma essendo protesa a difendere interessi comuni e comune identità etnica e linguistica.

L’Altopiano a significare la propria forte autonomia era stato esentato da tasse, dazi e gabelle. I suoi abitanti potevano circolare nel territorio della Repubblica Veneta anche armati e con le greggi si muovevano liberamente fino ai confini dello Stato Veneziano. In una convicinia del 1644 presente Gabriele Marcolongo viene nominato un procuratore per rispondere alle istanze di Vicenza e di Venezia sull’applicazione delle disposizioni del capitano Alvise Bragadin inviate ai 7 Comuni. Addirittura nello stesso palazzo Ducale di Venezia nel 1771 venne emesso un provvedimento dal Collegio dei XX Savi per determinare i confini tra Gallio e Foza. La causa però andò avanti molti anni e si arrivò alla sentenza arbitrale solo nel 1913, riportando la stessa una precisa prova testimoniale di Valentino Marcolongo riferita a fatti del 1840 e raccolta il 23 settembre 1882.

Le famiglie Marcolongo, come tante altre del paese, spesso le troviamo nelle provincie di Padova, Verona e Venezia.

Figura emblematica di questa vita sempre in movimento fu quella di Marco Marcolongo di Giacomino che finito nel 1614 nelle prigioni di Vicenza fu descritto nel processo in modo esemplare.

Uomo di grande statura, vestito di panno fratesco, cappello di feltro, d’età di circa 45 anni, di professione boscaiolo, contadino e pastore. Era rimasto (si era a maggio ) per circa 7 mesi nel padovano a custodire le pecore. Raccontò che nella sua famiglia era ancora il vecchio padre a comandare ed era lui a partecipare alle riunioni dei Capifamiglia ma, nonostante ciò il più influente in paese era il parroco.

Questa singolare vita durò sull’Altopiano fino al 1800. Quando cadde la Repubblica di Venezia un parziale ritorno alle autonomie sembrò rifiorire con il passaggio del nostro territorio all’impero Austro-ungarico fino al 1866.

Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, sopra i nostri monti, a Marcesina, correva il confine con l’Austria e i nostri pastori e boscaioli dialogavano cordialmente con i vicini mentre qualcuno si dava al contrabbando.

Durante la I Guerra Mondiale il paese fu raso al suolo la popolazione andò profuga trovando qualcuno rifugio nei paesi della transumanza, mentre altri andarono in Sicilia, Campania, Puglia, Lombardia, ecc.

Lo stesso municipio fu portato a Cittadella.

Nel 1926 i beni della Reggenza vennero suddivisi fra i Sette Comuni, con decisione presa dai commissari prefettizi che si erano sostituiti ai Sindaci, sancendo così definitivamente la cessazione di ogni collegamento con quelli che erano stati:

SLEGE UN LUSAAN – GENEBE UN WÜSCHE
GHEL ROTZ ROBAAN DISE SAINT SIBEN
ALTE KOMEÛN – PRUDERE LIBE
(Questi sono i 7 antichi comuni fratelli cari)

Questa è la storia scritta, ma un’altra pagina la state scrivendo voi oggi. Sotto il faggio e vicino al cimitero i nostri antenati si riunivano appena i pastori erano rientrati in paese. Colà riuniti eleggevano i rappresentanti che dovevano occuparsi della gestione comune e chissà quante altre cose dovevano raccontarsi ritrovandosi dopo tanti mesi.

Mi piace accostare l’incontro di oggi a quello dei nostri avi, in un mondo profondamente cambiato ma in una società che ha urgente bisogno di recuperare i valori della nostra tradizione e della nostra cultura.

Così voi oggi potete ripartire da questa moderna vicinia fraterna, convocata non a voce dal parroco o dal decano e dal suono della campana ma per mezzo di internet e di fax, per ritrovare i vincoli di sangue e di amicizia che vi accompagneranno nei prossimi anni e speriamo vi riporteranno ancora più numerosi nel vostro antico paese di Foza.

Vorrei chiudere ringraziandovi per l’attenzione con un singolare documento che ci collega all’Anno 2000 del Giubileo. Si tratta di un documento storico rogato dal notaio Stefano Menegatti il 22 ottobre 1683 nella chiesa di Santa Maria Assunta di Foza. Erano presenti il parroco Giovanni Molini e il Reverendo padre Gerolimo Spin rettore di Santa Maria in Campese.

Il fatto:

il 19 luglio 1682 nella casa di donna Maria Lunardi era stato ucciso Crestan Marcolongo e ferito mortalmente Giacomo Furlan.

Si trattava evidentemente di due famiglie importanti e tali delitti potevano innescare vendette ancor più sanguinose.

Per questo fatto era intervenuto niente meno che il nobile conte Marco Negri che essendo comandante supremo dell’esercito stanziale dei 7 Comuni, rispondeva a Venezia dei confini verso l’Austria e si era imposto di debellare il banditismo soprattutto nel nostro paese. In occasione della rassegna annuale delle milizie, passò per Foza e, interponendo tutto il suo carisma, si adoperò per riavvicinare le due famiglie. Con l’intervento anche del Reverendo Perli le parti in causa, per aderire all’invito del Conte Negri e allo spirito del "Giubileo" (l’atto notarile riporta proprio Giubileo, anche se non è dato sapere a quale Giubileo si riferisca), si scambiarono la pace e giurarono di dimenticare i torti subiti e di vivere in concordia.

Questo è l’augurio che ci facciamo reciprocamente con l’auspicio di rivederci presto.

e-mail: lmenegatti@locafit.it

Via Spino,15 - 35010 San Giorgio in Bosco (PD)
Tel.049.945.03.75 - Fax 049.945.11.21
Web: www.marcolongo.org

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