I frati eremiti di Foza (Luigi Menegatti)

I frati eremiti di Foza (Luigi Menegatti)

di Luigi Menegatti


Il fondatore della vita monastica a Foza, frate Bastian Galasin si era portato su in paese verso il 1640 ritenendolo il posto ideale per una vita contemplativa e di preghiera. Nel piccolo villaggio fu accolto a braccia aperte e Gabriele Marcolongo non si fece pregare per donare alla comunità i terreni ove poter far sorgere una piccola chiesa dedicata al Santo di Assisi.

L'erezione dell'alpestre chiesetta e dell'annessa abitazione, poste allora sopra il promontorio che si estende da Foza fino alle propaggini lanciate a dominare la Valbrenta, furono terminate ed inaugurate solennemente nel 1647.

Il romito, come veniva chiamato in paese, andava per le contrade e portava una parola di speranza e riceveva dai valligiani un po' di cibo e qualche patata che conservava per il lungo inverno.

Conduceva una vita da santo e tale era considerato dai montanari che sovente lo trovavano fermo in preghiera nella sua chiesetta o in una piccola caverna naturale ove aveva una pietra per inginocchiarsi davanti ad una croce dipinta sulla roccia.

Alla sua morte gli succedette fra Giobatta Stona, figlio di una famiglia di Foza.

Fra Giobatta che conosceva bene i suoi concittadini e godeva di grande prestigio, si adoperava spesso per conciliare gli animi a volte esacerbati da litigi. Martedì 12 giugno 1659 il frate riunì davanti all'altare del Santissimo Sacramento della chiesa di Foza, gli esponenti delle famiglie Lunardi e Marcolongo che durante l'inverno appena passato avevano avuto sanguinosi contrasti in pianura ove si erano portati per pascolare le pecore. I fatti erano sfociati in una denuncia reciproca presso il giudice del Maleficio Criminale di Oderzo, che se non ritirata avrebbe rischiato di esacerbare ulteriormente gli animi e causare dei danni economici.

Il frate sapeva essere convincente tanto che anche l'assemblea dei capi famiglia lo pregò di recarsi a Venezia, nel 1662, presso l'autorità a perorare la causa dei suoi cittadini in lotta perenne con il comune di Enego per i confini di Marcesina.

In paese non mancavano di certo coloro che si facevano giustizia con l'archibugio o il coltello, ma altrettanto vi erano persone disposte alla vita di preghiera e di umiltà.

Così, a partire dal 1671 risiedeva nell'eremo fra Antonio Lazzari di Foza, dell'ordine di San Francesco.

Fra Antonio partecipava ancora nel 1679, poco prima della sua morte, alle decisioni dei capi famiglia e infatti lo troviamo presente alla vicinia riunita per approvare l'installazione sul campanile della chiesa parrocchiale, posto al centro del paese, di un orologio "per battere le ore", l'orologio dei poareti, dissero all'ora, incaricando della costruzione Mastro Zamaria Lobbia di Asiago.

Nel 1683 prese poi il posto di romito fra Gaspare Marcolongo erede di quella famiglia che aveva donato il terreno per costruirvi l'eremo e vi rimase per quarant'anni.

Si avvicendarono altri frati, tra cui fra Valentino Lunardi di Foza e dopo una vacanza, con relativa decadenza delle strutture edificate da fra Galasin, il 10 giugno 1763 reggeva l'eremo fra Bartolomeo Tescari di Lusiana.

Dopo pochissimo gli successe fra Giobatta del fu Stefano Menegatti, rampollo di una delle famiglie più antiche di Foza.

Il suo testamento rispecchia fedelmente l'umiltà e povertà dei monaci con qualche piccola umana trasgressione.

Foza - Mercoledì 25 agosto 1766, ritrovandosi il padre eremita dell'eremo di San Francesco nel suo letto, posto in cucina, aggravato da male assai pericoloso, pregò il notaio Michele Lazzari di registrare il suo ultimo testamento, come atto di carità.

Fra Giobatta dichiarò di possedere 6 libbre di tabacco, posto dietro l'altare della chiesa di San Francesco, poi un po' di lana filata, conservata presso le case di Cappellari Tass e di Tonina Faganello; inoltre aveva una veste da frate, di panno fino ed un tabarro quasi nuovo, tutto avuto con la questua.

L'eremita disponeva che in caso di sua morte fosse tutto venduto all'incanto per poter provvedere alle spese del suo funerale e onorare alcuni debiti residui con Pasquale Marcolongo dell'osteria della Valla, e con Lunardo Menegatti, Bortolo Contri e Pietro Ceschi, osti in paese.

Come ultima volontà padre Giobatta stabiliva inoltre di lasciare a suo fratello Bortolo una camicia ed un paio di scarpe.

L'ultimo eremita, fra Davide Trotto di Conco dimorò a San Francesco, dal 1896 fino a quando la prima guerra mondiale non interruppe drammaticamente e per sempre il soggiorno umile e pacifico dei frati francescani. Nel 1917-1918 le truppe scelte dell'impero austro ungarico avevano occupato il paese e se ne andarono soltanto il 4 novembre 1918 quando la guerra terminò.

Fra Davide, andato profugo, ritornò per ricostruire Chiesa ed eremo ma ciò gli fu impedito dal parroco don Antonio Costa che preferì far riedificare soltanto la chiesetta, ma in un luogo diverso, dove si trova attualmente, ben visibile dal paese e dove ogni 5 anni diventa meta dei pellegrini che onorano un voto del 1836 quando il paese fu preservato dalla peste.

Luigi Menegatti

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