Le nostre radici (Luigi Menegatti)

Le nostre radici (Luigi Menegatti)

Incontro Popolazione di Foza - Abate Bruno Marin Monastero Benedettino di Praglia
Foza, 14 luglio 1996

di Luigi Menegatti


E' un giorno questo, denso di significati e di richiami alle nostre comuni radici.

Oggi ricordiamo, commemoriamo e perpetuiamo l'antichissimo legame della nostra popolazione con i monaci Benedettini.

Si può senz'altro affermare che la storia di Foza si è dispiegata nei secoli sotto l'occhio vigile e paterno del Monastero Benedettino di Campese.

I rituali religiosi e civili, le celebrazioni delle festività, come le controversie con i comuni vicini, videro la condivisione affettuosa e costante del Monastero che mai abbandonò il paese.

Correva l'anno del Signore 1202 ed era il venti di settembre. La potente famiglia degli Ezzelini - definita dagli storici "Famiglia del nostro Federico", e avvicinata per il disegno politico a quella dell'Imperatore Federico II - cede la Villa di Foza al Monastero di Campese sorto dopo l'anno 1100 per opera dell'abate Ponzio, proprio nel mezzo dei domini Ezzeliniani.

Non sfuggirà il significato di "Villa" che sta a sottolineare come Foza si fosse già distinta nel novero delle comunità organizzate, tanto da essere identificata come centro socio-economico, e non è un caso che Foza già nel 1262 venga richiamata nei documenti della città di Vicenza come comune già formato.

In effetti Foza aveva parecchie famiglie che fin dal 1300 erano benestanti e accreditate, a segno di conseguire direttamente dal Vescovo di Padova la investitura del feudo delle decime di alcuni comuni dell'Altopiano.

Alcuni secoli prima nell'anno 911 il Vescovo di Padova Sibicone aveva avuto in dono dall'imperatore Beringario, l'acrororo dei monti sopra il Brenta.

Una o più famiglie di Foza avevano ottenuto dal Vescovo di Padova nel 1345, il diritto di decimare, nel feudo del Comune di Rotzo, nel quale continuarono per l'intero secolo.

Così parimenti un Azzolino di Foza, unito ai suoi nipoti, decimava in Enego nel 1351. Tale Feudo fu goduto fino al 1473.

Comunque sia, la dipendenza del paese dal Monastero di Campese, lungi dall'essere un peso difficile da sopportare, fu invece un legame fruttuoso, che consentì un rapido progresso civile, religioso ed economico facendo dei frati i primi benefattori del paese.

Il Monastero concesse subito di buon animo agli abitanti del paese, di usare liberamente i pascoli per lo sviluppo della pastorizia, i monti e i boschi per andare a caccia e per il commercio dei legnami, inoltre assicurò la cura delle anime.

La popolazione a quel tempo parlava la lingua cimbra pertanto anche i Parroci provenivano dai paesi del nord Europa, di idioma tedesco.

In effetti il primo parroco di Foza di cui si ha notizia, attorno al 1448, si chiamava Cristiano "Teutonico".

Sempre nello stesso anno, il 10 ottobre, il Priore di Campese solidale e disponibile con la popolazione di Foza, riconfermò ai fedeli e onesti alpigiani, - dietro una piccola corresponsione in denari e cacio pecorino, da corrispondersi il giorno di San Bortolo -, il pacifico uso delle montagne e il diritto di nominarsi direttamente il proprio parroco.

Negli anni successivi, il 7 dicembre 1472, viene nominato parroco di Foza un monaco Benedettino Giorgio Kunstfelden e successivamente un altro religioso di origine tedesca Filippo di Augusta. Alla morte di Filippo, il priore di Campese confermerà Don Francesco da Modena frate Benedettino, che subito dopo sarà però sostituito da Giovanni di Alemagna.

La prima chiesa madre di Foza, secondo lo storico Dal Pozzo, era stata dedicata a San Benedetto e in effetti traccia di un culto particolare è testimoniato anche dall'immagine del Santo dipinta nell'importante tela attribuita al Da Ponte che trovasi nella Parrocchiale di Foza.

Dopo che la chiesa era stata ampliata, verso il 1488, appare comunque già dedicata a Maria Assunta.

I sacerdoti d'origine tedesca abbandonavano sovente la cura delle anime e alcune volte venivano cacciati dalla popolazione, così per periodi anche lunghi il paese rimaneva senza il proprio prete. Per la verità il Monastero di Campese in questi casi provvedeva inviando qualche monaco per celebrare la Messa.

In ogni caso a partire dal 1448 la popolazione ottenne di potersi eleggere il proprio curato, con una procedura di approvazione da parte dei capi famiglia che fu interrotta soltanto nel 1948.

Il priore del Monastero di Campese riservò però a sè il diritto di confermare il parroco, scelto dalla popolazione e di presentarlo al Vescovo di Padova. Inoltre, in segno di spirituale sudditanza al Monastero, il parroco doveva portarsi al Sabato Santo presso la chiesa dei frati donando una candela.

Il collegamento con i Benedettini si perpetuò fino a quando, il Monastero già in profonda crisi, venne soppresso per mano di Napoleone Bonaparte, e i documenti storici, ivi conservati, furono portati presso i Benedettini di Mantova.

Trattasi del Monastero di Polirone eretto nell'anno 1007 dal Conte Teoldo da Canossa in un'isola tra il Po e il Lirone. L'Abazia di Polirone, che si unì con quella di Praglia sorta nel 1107, fu per così dire la casa madre anche del Convento di Campese.

Anche l'Abazia di Praglia era ben conosciuta in paese. Per parecchi secoli i nostri pastori avevano trovato ospitalità nelle poste di proprietà del Monastero.

Si portavano in pianura ai primi freddi, rimanevano nella posta fino a primavera inoltrata e poi lentamente salendo gli argini dei fiumi ritornavano a casa.

Già nel 1500 troviamo nella posta di Praglia Bartolomeo da Foza, mentre nel 1700 vi soggiornava Battista Contri con le sue 225 pecore.

Per tradizione nel giorno dell'Assunta il Priore di Campese si portava a Foza per partecipare alla festività in onore della Madonna. Vi sono testimonianze di questo fin dall'antichità.

Narrano gli storici che fin da tempo immemorabile a Foza si radunava una folla considerevole che proveniva anche dai paesi dell'Altopiano e della valle del Brenta per rendere omaggio all'immagine della Vergine, venerata in paese. Raccontavano i vecchi che l'immagine era stata benedetta addirittura da San Prosdocimo, primo Vescovo di Padova. Certo è che era ritenuta miracolosa e tenuta in grande considerazione dai montanari. La sera antecedente la festa si portavano tutti nel paese, pernottavano dove potevano, molti sotto i maestosi faggi attorno alla chiesa, accendendo grandi falò per riscaldarsi, per essere presenti di primo mattino alle celebrazioni religiose.

Dopo il 1836 si aggiunse un altro impegno voluto espressamente dei capi famiglia che fecero voto di onorare la Vergine Assunta, in modo del tutto particolare e solenne, dopo essere scampati ad una epidemia di colera che aveva mietuto vittime nei paesi vicini.

Il colera e la peste erano assai temuti per la virulenza degli attacchi; basta rileggere la descrizione fattane dal Manzoni nei suoi "Promessi Sposi".

Anche in precedenza, verso il 1600 la peste aveva svuotato molti paesi e città.

A Gavelle - l'antica Ka Welle - era sorto nel 1632 il capitello in onore di San Rocco, per chiedere al Santo, protezione contro la peste allora diffusa.

A Foza nello stesso periodo tra il 1633 e il 1647 fu anche innalzata la chiesetta di San Francesco sul colle chiamato Pubel.

Nei paraggi della chiesetta fu anche edificata una piccola abitazione dimora dell'eremita.

Il primo eremita che l'abitò fu Fra Francesco Galesino e negli anni si susseguirono parecchi altri frati, tra cui alcuni originari di Foza: Fra Giobatta Stona, Fra Antonio Lazzari, Fra Gasparo Marcolongo, tutti fra il 1660 e 1687 e Fra Giobatta Menegatti nel 1775.

L'ultimo frate fu Fra Davide Trotto che ebbe la sventura di vedere la sua chiesa, dedicata al Santo dell'amore, distrutta dalla violenza immane, causata dalla prima guerra mondiale. Neppure una casa del paese fu risparmiata, cadde tutto sotto la furia delle bombe. La popolazione inerme fu dispersa in mille rivoli. Fu rasa al suolo anche la chiesa, il campanile fu spezzato in due, le campane trafugate ed il parroco fuggitivo morì lontano.

Ma tornarono le famiglie e ricostruirono la chiesa e le case, ricostruirono anche gli oratori di San Francesco e San Rocco.

Tutto è nuovo ma non per questo abbiamo dimenticato le nostre radici.

Così anche quest'anno dopo 160 anni dal giuramento dei nostri padri e a settant'anni dalla ricostruzione della chiesa, la popolazione tutta si ritrova.

Onorerà l'impegno preso per noi dagli avi, salendo in processione verso la chiesa di San Francesco.

Le ragazze porteranno l'immagine sacra della nostra protettrice, passerà la statua della Vergine vicino al monumento eretto in ricordo ed onore dei nostri caduti nelle due guerre mondiali, transiterà sotto gli archi costruiti con rami di pino dagli uomini e giovani delle diverse contrade per giungere finalmente là dove la tradizione ci porta.

Ritornano a casa per l'occasione, non più i pastori ed i boscaioli, com'era nei tempi passati, quando salivano lenti la mulattiera dello Staik, ma tornano gli emigranti trasportati dai moderni jet arrivando da tutti i paesi del mondo, dove hanno costumi ed usi diversi dai nostri, parlano lingue a noi sconosciute, ma vengono a testimoniare la stessa fede e le stesse radici di quelli che sono rimasti.

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